Palazzo_Montecitorio_Rom_2009

Proviamoci … di Mariapia Garavaglia

“Nei Paesi normali alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno” (Napolitano) e nei Paesi normali, possiamo aggiungere, non si cambia legge elettorale ad ogni legislatura. Ammettiamo pure che abbiano ragione quelli che affermano che sono ben altri i problemi degli Italiani, ma è altrettanto vero che è interesse degli Italiani poter contare su un governo che stia in carica con pienezza di potere per risolvere i problemi dei cittadini …

Tuttavia dopo il 4 dicembre – avranno capito tutti quanto sarebbero state utili le riforme? – la cronaca è occupata prevalentemente dalle questioni, e non sempre nobili, dei partiti e dei movimenti. Prima ancora di avere una legge elettorale, si sproloquia sulle possibili alleanze per le prossime maggioranze, puntando su deduzioni dai sondaggi e su equilibri interni ed esterni, che non garantiscono l’obiettivo necessario, sempre invocato e utilissimo, di ottenere con le elezioni un vincitore certo, con una maggioranza definita e con un programma che abbia favorito il consenso dell’elettorato.

Ascoltare i discorsi che intercorrono fra le persone che affollano luoghi non luoghi come mezzi di trasporto, supermercati, incontri occasionali, consente di identificare un sentire generalizzato di tale insoddisfazione per la politica, che fa capire come il populismo e il qualunquismo prendano piede facilmente, e siano causa o del voto di protesta o dell’assenteismo.
I media non possono che registrare – ed enfatizzare – le situazioni di degrado delle competenze, del merito, del peso della burocrazia; le vittime sono la passione civile –col conseguente rifiuto della politica- e lo scetticismo verso l’unica meta che darebbe futuro di sviluppo, l’Europa. Nell’attesa della normalità per cui avremo – chissà prima o poi – una legge come in Francia, Gran Bretagna e Usa che duri per decenni, ora bisogna saper bilanciare i messaggi al Paese, e a una opinione pubblica confusa, indicando delle priorità.

Il Ministro Calenda, sostenendo, come Napolitano, che non è tempo di elezioni, ha in mente la debolissima e incipiente ripresa da difendere. Attorno a noi si muovono le opinioni pubbliche europee, quelle dei Paesi in attesa di elezioni – Francia, Germania – e quelle dell’ Est che protestano. Intanto è insediato in USA un Presidente legittimamente eletto, che può non piacere a molti ambienti ma che è legittimato dalla democrazia. Anche da quel fronte giungono provocazioni che riguardano il nostro futuro, come Paese europeo, come Unione. E questa celebrerà in marzo a Roma il Sessantesimo di quei Patti che fino ad ora ci hanno reso una potenza economica più grande di quella nordamericana.

È tempo che gli attuali Capi dei Paesi europei si mettano “in competizione” coi loro predecessori e Padri Fondatori per completare il processo di unificazione. Anche i 50 Stati USA non hanno la stessa velocità… Di volta in volta si invoca un unico ministro dell’economia, un unico ministro della difesa; Maastricht è stato definito da un politico sinceramente europeista un trattato ‘cretino’. Forse il contesto transoceanico può spingere verso un grande obiettivo finora mancato: gli Stati Uniti di Europa. Ma sono molti i partiti euroscettici e avversari dell’Euro! Le prossime campagne elettorali (e i minacciati referendum) avranno questi argomenti, raccontati con le approssimazioni e le “bufale” propagandistiche continuamente urlate. Non dobbiamo nasconderci che non mancano motivi per tale propaganda: l’immigrazione non governata e la paura del terrorismo. E la crisi economica non ha ancora finito di ” mordere” la gran parte delle famiglie che hanno in casa giovani disoccupati, anziani fragili o persone bisognose di servizi. Fin troppo facile mettere sui piatti della bilancia queste situazioni. Mi chiedo perché il 45% dei nemici dell’UE (secondo i sondaggi) si mobilita con tanto successo e il 55% dei convinti di quanto ci serva l’Europa Unita non dispieghino altrettanta capacità persuasiva e decisiva.

Ciascun Paese – fosse anche la Germania – sarebbe un vaso di coccio fra i giganti: Xi Jinping, Trump, Putin. L’Europa, forte economia, non avrebbe nessun peso politico. Lo sguardo “fuori”, cioè la politica estera, non può essere estranea alla politica interna e la finestra europea sul Mediterraneo e Nordafrica finalmente – forse- dimostra quanto sia determinante per la tenuta dei Governi. L’incontro di Malta e la operatività del Ministro Minniti stanno dando una svolta all’enorme problema della migrazione (secondo gli Osservatori internazionali sono 70 milioni i migranti che si spostano nel mondo!), ma la molestia avvertita dai cittadini non è ancora sconfitta da una modalità organizzativa che tenga insieme diritti umani e diritti dei cittadini.

Per acuire quella specie di rancore sociale che si insinua nella propaganda politica non sono mancate nemmeno le proteste dei cittadini vittime del terremoto. Previdenza e competenza per programmare la difesa vera del territorio sono legate a scelte politiche preveggenti (per esempio non abolire le Province prima che siano abrogate dal testo costituzionale). Populismi, nazionalismi, protezionismi: questi ismi continuano a nuocere, mancando una strategia di lunga visione. Questa è frutto di studio: della storia, della geopolitica, della politica passata e dei suoi risultati, della economia, della sociologia… Per governare non bastano movimenti nuovi ma senza radicamento: questi usano slogan senza contenuti elaborati di lunga lena. La Rete, come le primarie o le parlamentarie improvvisate, non creano empatia con l’elettorato più vasto e fuori dai propri cerchi magici o meno. È responsabilità primaria e fonte di identità dei partiti la selezione della classe dirigente, coerente con il profilo che si assume nei propri organi decisionali.

La politica, squisita attività di relazione umane, deve incarnarsi sui territori e nel confronto con le persone. Nessuna legge elettorale, in quanto semplice architettura, può appassionare i cittadini che meritano di conoscere da vicino i propri rappresentanti per poterli controllare e giudicare, in attesa del successivo turno elettorale. Non si impara a governare sulla pelle dei cittadini: bisogna essere già “imparati” per esercitare le funzioni rappresentative. I Romani ci hanno insegnato tutto ed anche come accedere alle cariche: si seguiva il “cursus honorum”. Vale in tutto e per tutti, ovviamente. Proviamoci!

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