Documentazione
Ricostruzione del Convento e "Spedale"
di S. Croce Al Ponte dei Galli
Assisi – località Santa
Croce
Proprietà:
Fondazione Sorella Natura
Complesso consistente:
Chiesa di Santa Croce
Convento diruto
Antico mulino
Selva di San Francesco (sessanta ettari)
Studio progettuale:
arch. Cristina Piatti
arch. Andrea Piatti
ANALISI STORICO
MORFOLOGICA
Nelle vicinanze della Basilica di
S. Francesco, lungo il corso del Tescio,
presso il Ponte dei Galli, circa un
chilometro a monte di ponte S. Vittorino,
si trova la chiesa di S. Croce, con
i resti delle strutture dell'adiacente
convento, "spedale".
Il termine "Pons Gallorum"
ricorre per la prima volta in un documento
datato 11601, lo stesso anno della
definizione del perimetro del contado
assisano, sancita dal diploma del
Barbarossa del 21 novembre, nel tentativo
di una definitiva sistemazione del
territorio; peraltro secondo limiti
quasi integralmente ribaditi con l'istituzione
della diocesi quarant'anni più
tardi. Questo atto sancisce l'ingresso
della città di Assisi alle
dirette dipendenze imperiali. Con
esso veniva svincolata dal ducato
di Spoleto.
Il documento citato era relativo alla
vendita di un terreno, con annesso
mulino, all'abate di S. Benedetto
del monte Subasio. Lo stesso veniva
donato nel 1193 da Gilberto di Biniolo
alla chiesa di S. Giacomo di Muro
Rupto2. Pertanto nel 1244 non risultava
più annoverato tra i beni dell'abbazia.
La sua struttura è ancora oggi
visibile sulla sponda opposta del
torrente, con i suoi molti rifacimenti
determinati dalla continuità
di impiego sino al secolo scorso.
Riguardo il toponimo che designa il
ponte, deriverebbe dal passaggio dei
Franchi nell'800, al seguito di Carlo
Magno nel suo cammino verso Roma,
per ricevere la corona imperiale dal
pontefice Leone III. Questa notizia
fu annotata in epoca medievale in
una cronaca del Sacro Convento ma
apparve già al Cristofani priva
di un reale fondamento storico3.
Il
toponimo, che designerà il
ponte e che ricorrerà come
parte integrante del titolo della
chiesa e del monastero, doveva comunque
aver origine o far riferimento al
periodo di dominazione longobarda
e carolingia.
Il ponte oggi esistente non è
fisicamente il medesimo menzionato
nel documento, ma è dovuto
ad un suo rifacimento negli anni 1356/7,
in conci di travertino, forse di reimpiego
da epoca romana, eseguito ad opera
dei lapicidi Rizio Ciccoli, Vagnuzio
di Ugolino ed altri mastri di Assisi4.
L'indicazione di una realtà
architettonica, in riferimento al
ponte, compare per la prima volta
in un documento del 1250; l'"hospitalis
Pontis Gallorum" ricevette un
legato testamentario insieme all'ospedale
di S. Salvatore alle Pareti e al lebbrosario
di S. Lazzaro d'Arce5. Non vi è
menzione di esso né nel privilegio
di Innocenzo III al Vescovo di Assisi
del 11986, né nella lettera
Pontificia di Onorio III del 1217.
Ciò può essere relativamente
significativo dato che nessuno dei
due documenti si propone un censimento
di tutte le comunità religiose
e assistenziali nella diocesi, se
non quelle relative alla potestà
del capitolo della cattedrale. A questo
riguardo è da considerare che
generalmente gli enti assistenziali
godevano di statuti e privilegi tali
da non essere necessariamente subordinati
all'autorità religiosa preminente
sul territorio.
L'ospedale comparirà nuovamente
con il medesimo toponimo nel 1276
e nel 1284 come "hospitalis Gallorum"
in un documento relativo alla rappresentanza
fatta dal "religiosus vir"
frate Bencivenio dell'ospedale dei
Galli, per un'elezione a podestà7.
A partire dal 1300 appare nei documenti
il titolo di "monasterio Sancte
Crucis de Ponte Gallorum"8.
Risulterebbe pertanto che la struttura
di cui vediamo i frammenti presso
la chiesa di S. Croce, della quale
per altro non troviamo diretta menzione,
nacque come ospedale senza un ben
preciso riferimento ad una comunità
religiosa nello stesso luogo insediata
e, forse, solo posteriormente si configurò
come monastero femminile dell'ordine
di
S. Benedetto.
Il convento è successivamente,
spesso, citato in atti, in alcuni
casi stilati "nella chiesa avanti
alla grata", sino al 1366. In
un documento del 1318, menzionato
dal Canonici9, compare ancora il titolo
di ospedale. Significativo del fatto
che il monastero, non istituzionalmente
l'ospedale, ne consentì la
continuità nell'attività.
Nell'organizzazione del territorio
ebbe notevole importanza il sistema
costituito dalla struttura dei conventi
ed insediamenti assistenziali di matrice
benedettina, stabilendo con gli stessi
un legame non esclusivamente religioso
e spirituale, ma anche materialmente
operativo. È da considerare
tipicamente benedettino l'intervento
sia sulla rete idrica che su quella
viaria, e questo ci può far
meglio comprendere le motivazioni
e la funzionalità della collocazione
geografica del convento in esame.
Era
posizionato lungo la via che nasceva
dalla duecentesca porta di S. Giacomo,
poi "perfezionata" dall'Albornoz,
in relazione al ridisegno della linea
pomeriale, operato all'inizio del
XIV secolo, e discendeva dal declivio
di Santa Maria degli Episcopi10 sino
al ponte dei Galli. Da qui ci si introduceva
nel percorso che attraverso il castello
di Petrata e Vallis fabrice (l'odierna
Valfabbrica) giungeva sino a Gubbio.
La sua valenza territoriale è
notevole, considerati i "buoni
rapporti" instaurati tra Assisi
e Gubbio, soprattutto dopo la guerra
contro Perugia, e rende perfettamente
comprensibile la collocazione di un
ospedale in questo luogo.
Questa funzione caritativa è
particolarmente legata ai monasteri
benedettini e va soprattutto valutata
considerando il concetto medievale
di hospitalitas, riguardante l'accoglienza
non soltanto dei malati o bisognosi
in genere, ma anche dei pellegrini.
Bisogna anche considerare la grande
importanza spirituale e religiosa
del percorso, essendo stato nel 1207
teatro del pellegrinaggio di S. Francesco,
e, per questo, attualmente oggetto
di un progetto giubilare volto quantomeno
a un suo parziale ripristino.
L'abbandono di tale percorso avvenne
solo intorno il 1950, per la realizzazione
di un tratto asfaltato che raggiunge
Valfabbrica attraverso i colli di
Biagiano e S. Fortunato.
Riguardo i rapporti dei benedettini
con l'assetto idrico del territorio,
si considerino a riferimento gli interventi
di molti monasteri nelle opere di
bonifica (la stessa Valfabbrica) e
la prossimità di molti di essi
con corsi fluviali e la connessa attività
dei mulini. Non a caso si è
registrata la diretta proprietà
della comunità di S. Pietro
dei mulini situati lungo il corso
del Tescio o di quella di S. Crispolto
a Bettona, di quelli lungo il corso
del Sambro e Topino. Analogamente
nel caso del mulino, o mulini, situati
sul Tescio nei pressi del ponte dei
Galli, se ne è già considerata
la dipendenza dapprima da S. Benedetto
al monte Subasio, e poi da S. Giacomo.
Se ne potrebbe dedurre che, certamente,
nel 1193 non esisteva ancora una comunità
benedettina che poteva avere un più
diretto controllo della loro attività.
Tuttavia molti studiosi collocano
l'origine del complesso oggetto di
questa analisi, alla metà o
alla fine del XII secolo. Premettendo
la difficoltà di stabilire
la contemporaneità degli interventi
relativi a chiesa, ospedale e convento,
pur come parti miranti alla costituzione
di un organismo architettonico unitario,
si può considerare valida la
valutazione del Cristofani che vi
ravvide caratteri stilici analoghi
al convento di S. Apollinare (1229),
ritenendolo pertanto ad esso contemporaneo11.
Sembra sia più opportuno spostare
genericamente la datazione, vista
la scarsità delle fonti, alla
metà del XIII secolo.
Durante
la seconda metà del XIV secolo,
a causa della non sicurezza del luogo,
le monache si trasferirono entro la
cinta urbana in vicinanza della chiesa
di S. Giacomo di Muro Rupto. Sorte
analoga ebbero molti altri istituti
religiosi extraurbani. Il primo documento
che lo attesta è del 1382:
"actum Assisii ante portam domus
habitationis monalium S. Crucis de
Ponte Gallorum". Dall'espressione
"domus habitationis" si
può evincere che, in quel periodo,
le strutture della nuova sede erano
in fase di completamento, e che le
monache risiedevano in abitazioni
provvisorie, non aventi ancora fisionomia
di monastero" 12. Ovvero il trasferimento
era avvenuto in data di poco antecedente
il 1382. lI complesso conventuale
venne edificato sempre nei pressi
di S. Giacomo, mantenendo sia la dedica
del luogo alla S. Croce, sia l'ordine
monastico.
Del monastero originario rimangono
ben poche tracce. Sopravvive parte
del recinto murario che lo conteneva
nel quale sono ancora visibili delle
nicchie ricavate nello spessore murario.
La loro diversa posizione altimetrica
ci consente di rileggere la variabilità
dei livelli nei quali doveva essere
articolato, i quali probabilmente
non differivano molto dall'attuale
andamento del terreno. È ipotizzabile
una disposizione dei vari corpi su
più piani regolarizzati tramite
muri di contenimento, in parte ancora
presenti in sito.
Ad eccezione del portale, che fiancheggia
il fronte della chiesa, le murature
esistenti non rivelano alcuna traccia
di bucature verso l'esterno; la regolarità
dei ricorsi in pietra locale non lascia
pensare ad eventuali tamponature,
ad eccezione di alcune lacune nel
tessuto murario di posteriore risarcitura.
Ciò sottolinea anche il carattere
difensivo della struttura atta a contenere
e proteggere il corpo conventuale,
in un periodo storico caratterizzato
dalle frequenti sortite militari e
di brigantaggio. Si ricordi, a questo
proposito, che lo stesso vescovo di
Assisi nel 1241 fu a capo di una rappresaglia
contro il convento benedettino che
faceva capo alla cappella di S. Donato,
e che questa terminò con il
saccheggio del monastero e l'imprigionamento
della badessa.
Il frammento più consistente
del perimetro murario è la
parete sud orientale. Questa si sviluppa
linearmente per circa 33 metri ed
è esternamente fiancheggiata
dalla via che sale alla città.
La scalarità nella successione
delle nicchie che vi si aprono dal
lato interno, lascia pensare a tre
differenti quote di impianto distinte
dalle tracce di innesto di spine murarie.
Il tratto della medesima parete prossimo
all'angolo meridionale del recinto,
e compreso tra questo e l'ultima traccia
di spina muraria, per una lunghezza
di circa 9 metri, è caratterizzato
da un ispessimento forse dovuto ad
una maggiore altezza della struttura.
Il lato sudorientale manifesta caratteristiche
analoghe a quelle sopra descritte.
Il lato nordovest, che si affaccia
verso il corso del Tescio, aveva funzione
di contenimento del terrapieno per
la realizzazione della terrazza inferiore.
Nei tratti in cui risulta ancora visibile
appare sconnesso o con rimontaggi
parziali di fattura posteriore. Il
recinto è chiuso a nordest
dal corpo della chiesa e da un annesso
posteriore in continuità con
essa. È tuttavia da essi separato
da un ambito sottolineato da una ulteriore
traccia muraria, rispetto alla parete
della chiesa leggermente sghemba,
che poteva significare un ulteriore
elevato a chiusura di quel lato. La
struttura appare pressoché
analoga in tutte le parti e costituita
da una muratura per ricorsi di pietra
calcarea del Subasio.
La
chiesa è composta da un'unica
sala e si mostra con una fronte a
capanna, sormontata da un piccolo
campanile vela in laterizio, di fattura
molto tarda. Centralmente si apre
il portale, archivoltato a sesto acuto,
coronato da una semplice cornice,
di fattura simile a quello che lo
affianca come ingresso attuale al
giardino. Sopra di esso si trova una
nicchia, o finestra murata, archivoltata
a tutto sesto, contenente le "Storie
della passione", opera di Gianni
e Lella Berti del 1983. È evidente
il recente rifacimento di questa porzione
muraria, così come la discontinuità
nella muratura tra la facciata della
chiesa ed il recinto del monastero.
La copertura è a tetto, intervallata
da due archi diaframmi a sesto acuto
in laterizio, impostati su pilastri
in pietra connessi alle murature perimetrali.
La parete di fondo è arricchita
da un affresco datato al 1643, attribuito
a Girolamo Marinelli, raffigurante
S. Elena e S. Caterina in adorazione
della nuda Croce, tema divenuto assai
"caro" all'ordine francescano.
Tale opera deve essere al più
contemporanea alla ristrutturazione
della chiesa.
Osservando i molteplici esempi coevi
presenti nella diocesi, risulta che
la chiesa di S. Croce è insolitamente
compressa da un punto di vista spaziale
nella profondità rispetto all'alzato.
È ovunque riscontrabile che
i rapporti proporzionali tra lunghezza,
larghezza e altezza tendono costantemente
ad un maggiore sviluppo in senso longitudinale,
indipendentemente dalla tecnologia
dell'intradosso di copertura. Inoltre
quello di S. Croce risulta essere
l'unico esempio privo di catino absidale.
Citiamo a conforto di questo confronto
formale la chiesa di S. Stefano in
Assisi, estremamente simile a quella
che ipotizziamo doveva essere stata
la chiesa oggetto di questo studio.
Inoltre sono evidenti nella parete
posteriore tracce di innesti murari
che lasciano supporre un maggiore
sviluppo volumetrico, probabilmente
perduto per un crollo parziale e recuperato
in parte successivamente come costruzione
di matrice rurale forse connessa all'attività
del vicino mulino.
Si potrebbe da ciò prendere
in considerazione l'ipotesi di una
originaria copertura a volta, così
come ne è stata appurata l'esistenza
in S. Stefano. Per altro questi si
interrompono alla quota corrispondente
all'evidente rimontaggio dei ricorsi
murari immediatamente sotto la linea
di gronda, segno della necessità
di ricostituire un nuovo piano di
imposta per la copertura.
Un processo analogo di riduzione volumetrica
deve aver interessato il priorato
benedettino di S. Masseo, tuttavia
con l'inversione delle parti frontaleterminale
rispetto a S. Croce. In altri casi
quali la pieve di S. Tecla, S. Maria
di Valfabbrica o S. Donato presso
la stessa località è
invece documentata la perdita dell'abside.
Questo a testimonianza del fatto
che per un periodo storico piuttosto
ampio, che va dalla metà del
secolo Xl a quantomeno l'intero XIII,
esiste in questo territorio una tipologia
spaziale ben definita e rispetto la
quale è difficile pensare che
la chiesa di S. Croce rappresenti
l'unica eccezione.
IPOTESI DI RICOSTRUZIONE
IPOTESI DI PIANTA
L'ipotesi che presentiamo non tratta
di una vera e propria ricostruzione,
da intendere come riproposizione della
memoria di un organismo perduto nelle
sue forme e volumi originari. Pochissime
sono le fonti e i materiali per poter
sviluppare un'idea tale da poter essere
considerata inerente appieno alla
problematica del restauro. Non abbiamo
elementi per poter elaborare un progetto
coerente con gli assunti del Brandi
di ripristino silenzioso di un "volume
mancante".
Il convento femminile Benedettino
ha avuto una vita di poco più
di un secolo per venire definitivamente
abbandonato già dal 1382. Parte
delle sue strutture furono reimpiegate
con funzione agricola forse
connessa con il vicino mulino dugentesco
per giungere infine a noi allo
stato di rudere - con eccezione del
frammento della chiesa di S. Croce
restaurata nel XVII secolo -. L'unico
materiale utile allo sviluppo di nuove
ipotesi sarebbe quello che solo un
attento scavo archeologico dell'area
ci potrebbe fornire.
Sottolineiamo
pertanto la cautela con la quale l'idea
qui rappresentata è stata sviluppata
in assenza di tutte le informazioni
possibilmente ottenibili e desumibili
solo dal luogo stesso. Il tema che
ci è stato proposto non è
d'altronde riconducibile ad una casistica
di interventi tali da poterci consentire
di individuare come "a priori"
delle "leggi progettuali",
essendo scarsi e dissimili gli esempi
citabili.
Pertanto, secondo la stessa poetica
del "caso per caso" di un
maestro come E. N. Rogers, abbiamo
cercato di trarre dal luogo stesso
l'insegnamento che ci ha guidato verso
questa prima possibile risoluzione
formale del problema.
In essa si fondono caratteri derivanti
da una rilettura tipologica di complessi
architettonici coevi e dall'attenzione
alle rovine. Queste non sono sempre
monumentalizzabili, per il rischio
di caduta nel pittoresco ruskiniano,
né sono sempre reimpiegabili
come semplice materiale da costruzione,
per la perdita di una comunque radicata
memoria del luogo.
Il criterio è di proporre qualcosa
di "nuovo" fondato nel passato
del luogo e non semplicemente sulle
tracce delle sue mura, ormai muta
testimonianza, ma forte preesistenza.
La prima riflessione è stata
sull'opportunità di intervenire
all'interno del recinto murario o
all'esterno di esso. Questa seconda
ipotesi mirava a preservare tutta
l'astratta purezza delle rovine e
utilizzare la Chiesa come cerniera
compositiva tra il nuovo progetto
e l'esistente. Ciò avrebbe
inoltre consentito di coinvolgere,
all'interno di questo processo più
direttamente il ponte medievale detto
dei Galli, sia per la sua valenza
simbolica che figurativa - ricordiamo
il nesso tra il ponte e il culto della
Croce nella "Leggenda" di
Jacopo da Varagine -.
Questa ipotesi è stata considerata
attuabile esclusivamente per un progetto
costruibile con il verde, quindi maggiormente
pertinente allo sviluppo di un'idea
di giardino. Del resto la previsione
di un impianto architettonico esterno
al recinto storico imporrebbe la costituzione
di un nuovo limite fisico, a meno
dell'adozione di uno "stile organicista"
che tenti di plasmare improbabili
informi figure; fatto questo che riteniamo
qui come ovunque esista una realtà
fondativa storica del tutto fuoriluogo.
Si è pertanto riaffermata l'esigenza
di ricomporre la scatola muraria che
conteneva gli antichi spazi claustrali.
Solo nel tratto orientale, verso la
scarpa naturale che si affaccia sul
torrente Tescio, si è operato
con una struttura in muratura sovrapposta
all'originaria, essendo questa quasi
integralmente perduta o sfaldata.
La ricostituzione di una parete di
contenimento ha consentito la realizzazione
di un corpo che avrà funzione
di ospitalità per la Fondazione
SORELLA NATURA, promotrice dell'intervento.
Questo si inserisce all'interno dei
limiti fissati dagli allineamenti
delle murature esistenti e si affaccia
all'esterno silenziosamente, tramite
un motivo a contrafforti recuperato
figurativamente dalle molte strutture
antiche edificate a risoluzione di
un problema strutturale analogo.
Questo blocco si sviluppa su due livelli
ed è coperto tramite un giardino
pensile a limitare l'impatto visivo
nel discendere dalla città
ed a sottolineare la differenza compositiva
con l'altra ala che andrà ad
ospitare i luoghi di studio e convegno.
Quest'ultima "raddoppia"
il volume della chiesa bilanciandolo
alla parte opposta del giardino, e
si copre analogamente ad essa a falde.
Lo spazio interno, evidentemente non
ancora sviluppato architettonicamente
in questa fase, trova due dei suoi
limiti nella muratura esistente, rispetto
alla quale la struttura di progetto
è totalmente indipendente e
distaccata. Il rapporto con il giardino
è invece mediato da un muro
abitabile, allineato lungo una delle
tracce rilevate nell'esistente. Ha
la funzione di contenere gli spazi
di servizio, considerata l'improbabile
possibilità di scavo per la
realizzazione di luoghi con questa
valenza, Il suo fronte interno è
articolato tramite"scatole"
in pietra inserite all'interno della
struttura di mattoni in modo da disegnarne
maggiormente il prospetto e qualificare
la luce interna.
BIBLIOGRAFIA
Luciano Canonici, Mosciole
Assisi, Tipografia Porziuncola, 1977.
Fabrizio Sensi, Il monastero di S.
Croce a/Ponte dei Galli.
In Aspetti di vita benedettina nel/a
storia di Assisi.
Atti Accademia Properziana del Subasio,
serie VI, n. 5.
Assisi, Tipografia Porziuncola, 1981.
AA. VV., Piccoli conventi nella francescana
Custodia Assisiensis
In Atti Accademia Properziana del
Subasio, serie VI, n. 7.
Assisi, Tipografia Porziuncola, 1983.
Inventario e regesti dellArchivio
del Sacro Convento dAssisi a
cura di Silvestro Nessi
Padova, Centro Studi Antoniani, 1991.
Giulia Conti, Larchitettura
romanica nella diocesi di Assisi.
Atti Accademia Properziana del Subasio,
serie VI, n. 21.
Assisi, Tipografia Porziuncola, 1993.
Paola Monacchia, Enti religiosi e
assistenziali nella diocesi di Assisi
al tempo di Federico I.
In Assisi al tempo di Federico Il.
Atti Accademia Properziana del Subasio,
serie VI, n. 23.